Adoro leggere Stephen King. Ho sempre adorato il suo modo di scrivere. Semplice, lineare, come se, raccontare una storia su carta, fosse la cosa più naturale del mondo, naturale e semplice come parlare. Le sue storie mi catturano, mi ammaliano e a volte mi stordiscono piacevolmente al pensiero di come una persona possa arrivare, per scrittore che sia, a concepire fatti misteriosi, storie e personaggi così originali e pazzeschi. Eppure qualche tempo fa, dentro di me, è scattato qualcosa, una molla determinata dalla lettura di un libro di King e che mi ha portata, per un certo periodo di tempo, ad allontanarmi dal mio scrittore preferito, a scegliere di “cambiare pagine e ambienti”, di guardarmi attorno. Non che il libro in questione, La Lunga Marcia, non mi piacesse ma mi aveva per così dire, scosso un po’provocando in me lo stesso identico effetto di orrore che mi aveva lasciato dentro Le 120 giornate di Sodoma di Sade, autore di cui non ho più letto nulla. E’ vero un romanzo horror o thriller, per essere un buon libro, deve per forza provocare questo altrimenti sarebbe un libro scadente, ma io trovo comunque una lieve differenza: scrivere di horror contro il mostrare nuda e cruda la cattiveria insita nell’animo umano dà un effetto diverso: colpisce, sradica, atterrisce e devasta. King ha sempre avuto nei suoi romanzi l’elemento soprannaturale, lo spettro incattivito che si impossessava di un cane, di un auto o di una persona e seminava il terrore; il terreno che resuscitava i morti, gli incubi che ogni persona porta nel proprio animo e che si manifestano nei momenti meno opportuni o più pericolosi della vita. In La Lunga Marcia tutto questo non c’è. C’è solo l’uomo e la sua cattiveria, l’uomo e la sua crudeltà, l’uomo contro l’uomo, l’istinto primordiale dell’uomo di voler dominare con ogni mezzo, persino la morte, i propri simili. Senza remore, senza indugi, senza pensarci troppo, stabilendo delle regole, precise e assolute, e chi sgarra è destinato alla morte, e poco importa se si sta partecipando ad un gioco televisivo o ad una gara. Tutto serve per dare e ottenere potere, tutto serve per umiliare un altro essere umano, per dominarlo e farlo soccombere calpestandolo. Niente sentimenti, niente pietà, nessun motivo in particolare a generare l’onda la violenza che King descrive nelle sue pagine, è sufficiente venire meno alle regole della marcia per essere uccisi ed abbandonati in mezzo alla strada alla mercé della folla, del pubblico che assiste alla gara e incita alla morte i concorrenti, si esalta alla vista del sangue; nessun briciolo di bontà o compassione a scalfire la dura roccia di cattiveria in cui è scolpito l’animo umano perché chi è buono o compassionevole viene privato del gioco e della vita. E’ un libro inusuale per lo stile King che conoscevo e apprezzavo e se è vero quello che dicono, che ciò che una persona scrive rispecchia la sua vera personalità……. E’ il libro che più mi ha colpito in negativo di questo scrittore americano ed è il libro che non tornerò mai a leggere perché mi fa paura, mi fa paura l’uomo e ciò che l’uomo, già più volte dimostrato dalla storia stessa del genere umano, è in grado di fare. E’ l’uomo che mi spaventa più di qualsiasi fantasma o essere soprannaturale. Di queste “creature”, infatti si conosce la natura e i limiti, per quanto possibile; dell’uomo, invece spesso è imprevedibile e propenso alla violenza e non ci si può fidare.