Non me ne rendevo conto. Mi sentivo leggera. Libera di andare o di restare.
Sentivo i miei passi cavalcare i secoli come orme leggere sulla neve, come se il tempo o lo spazio, per me, ormai, non contassero pił nulla.
Indossavo ancora la mia veste bianca di pizzo, quella lunga, che mi faceva sentire bella e amata. Frusciava alle mie spalle, sulla nuda pietra del pavimento, logora e ingiallita, incrostata di fango e polvere.
Gli occhi stanchi e le palpebre pesanti mi invitavano a dormire, sdraiarmi in un angolo di una delle tante stanze di questa antica dimora e riposare a lungo. Assorta. Rapita e distante. In uno stato di sospensione interrotto e maltrattato da ricordi frammentati, lampi di luce e buio che si alternano dispettosi fra le piaghe annerite della mia mente. Mi asciugavo la fronte e gocce evanescenti di liquido rosso accarezzavano i miei diafani polpastrelli. Piccole vermiglie scie scorrevano lungo le mie dita fino al palmo della mano e precipitavano, leggere, sul mio candido abito. Non capivo. Le guardavo incredula sogghignando e inclinando la testa di lato.
Iniziavo ad urlare e nessuno mi udiva. Urlavo pił forte spalancando la bocca rivolta al cielo della notte ma solo il vento rispondeva al mio richiamo. Di nuovo urlavo e piangevo. Dai miei occhi colavano lacrime fredde come il ghiaccio che si mescolavano al sangue.
Camminavo piano spostandomi da una camera all'altra dell'edificio in cerca di un mobile, un oggetto famigliare, qualcosa di mio che non volevo lasciare, anche se nulla mi apparteneva pił. L'istinto mi guidava. Una forza dentro di me che mi diceva..."Vai...qui eri tu...qui sei e qui rimarrai..."
Istanti. Attimi di fugace memoria di com'ero e di cosa sono diventata.
Lo ricordavo accanto a me, mi stringeva disperato. M'implorava, mi prometteva che non l'avrebbe pił fatto. Mi diceva che non lo meritavo, che era tutta colpa sua. Non dovevo gettarmi nel vuoto. Non dovevo saltare gił dal terrazzo della nostra camera da letto. La sua camicia, coperta di voilant, le maniche morbide e larghe imbrattata di me, della mia morte. Man mano la sua voce si affievoliva, diventava un sussurro lontano, la vista si appannava e io smettevo di soffrire. Mi sono seduta su quello che una volta era il nostro letto. Qui le sue amanti non avevano potere. Soffice. Ancora calda la coperta di lana regalataci il giorno delle nozze. Mi tradiva e io lo accettavo. Mi sfuggiva. M'ignorava. Non mi amava.
Me ne sono andata per lasciarlo libero, per non essere umiliata. Di lui amavo ogni cosa e io ero il suo intralcio. Ora sono la sua dannazione. Il motivo della sua follia.
Un'anima inquieta legata al passato che ogni notte compare, urla il suo destino e scompare all'alba, dimentica del suo tormento, fra vecchie mura.