Tiepide ma dure le lacrime degl’elfi
dal lungo periplo di virida organza,
sbocciano tra i lunghi e forzati esilii
ogniqualvolta e solo sempiterno un dono
d’umana ragione, fugge dal proprio corpo
di creatura mortale finanche terrena.
Adesso, e ancor più nei tempi futuri,
incastonate nelle duttili e temprate effigi
di un’arma dalle superbe tinte di libero afflato,
essuda il pianto ed il triste rimorso
di coloro che in Aman posero perenne dimora
affinché di un elfo l’ombroso cammino
disveli con far di stella l’inquieto ardore.
Dischiusa in un singolo e minuto pugno
come leggero bocciolo al severo moto del vento
mentre tal gioiello erode in friabile roccia,
la magia distorce al pari di un’illusoria maglia
appena incisa dalla mano di un bardo cantore.
E alla vista della morte di un albero argenteo
nella forma di una gemmata betulla dagl’aurei bordi
e da grappoli ornato di aduste fiamme gialle,
il cui crepitio ritrova la pace in Laurelin,
quell’elfo tre lacrime di cristallo, forte genera,
in ricordo dei fitti e prosperi boschi di Almaren,
tra muschi, erbe ed alberi dalla volta brumosa,
degl’immortali arcadica altresì arborea culla
in cui ogni cuore, solingo si spegne e tace.
Nel più profondo delle tenebre ancora sorge
con propria radianza, di Varda la bianca gemma
pur non più fluendo degl’Alberi di Valinor
il fuoco che da tale amalgama acceso sentenzia
di Morgoth l’imminente oscurità, sopraggiunta.
Così, il palmo apre con sicura e tarda gioia
il coraggioso elfo musico, dei Noldor progenie,
poiché nel dischiudere di un Silmaril
anche un semplice e impalpabile ricordo,
l’animo vacilla e ivi si squarcia,
come il velo che di una lama incrocia l’empia ferita.
*Dall'opera inedita Canti dalla Terra di Mezzo scaricabile presso il sito di Eldali*