AFFITTASI APPARTAMENTO MOBILIATO: per informazioni chiedere al custode.
Il cartello ha un colore diverso, ma il portiere è sempre lo stesso: «Scala A, terzo piano, interno nove, sarà libero dal prossimo mese, gli inquilini le mostreranno la casa» mi informa pigiando il pulsante per l’apertura automatica del cancello e alzando gli occhi dal quotidiano sportivo che sta leggendo. Mi fissa dubbioso per qualche istante poi scrolla la testa e torna alla sua lettura. “Lo so, grazie. Conosco già il posto…” rispondo all’uomo tra me e me, mentre affrettando il passo entro nel palazzo. Nulla è cambiato da allora. Le stesse righe nere sul marmo ingiallito del pavimento al primo piano, l’intonaco scrostato sul soffitto e le stesse macchie di umidità lungo i muri del secondo piano, il corrimano impolverato e ancora le nostre iniziali racchiuse in un cuore vicino al campanello dell’interno nove del terzo piano che mi sorridono indulgenti. Con i polpastrelli delle dita ne seguo il contorno poi mentre sto per suonare mi fermo. Alzo le spalle e mi riscuoto, faccio per andarmene, ma i miei piedi, quasi dotati di volontà propria, mi riportano sui miei passi. Ora abito dalla parte opposta della città, vicino al centro storico. Questa è una zona periferica, non ci sono centri commerciali né altre attività che possano richiamare la gente che non sia residente, è un quartiere dormitorio e non offre altro. Non so perché mi sono ritrovata qui. Ci sono arrivata senza volerlo ed ora non riesco ad andarmene, quasi che rivedere questa casa sia un obbligo morale, un pellegrinaggio da compiere. Sono spiazzata dal mio atteggiamento e voglio vedere fin dove sarà capace di condurmi.
Non provo alcuna emozione mentre osservo la porta dell’appartamento solo curiosità. Il legno è scolorito in più punti e vicino alla serratura centinaia di piccole righe si intersecano le une con le altre, mi affascinano i loro intrecci, il loro allontanarsi ed il ritrovarsi, marciare parallele per poi, di nuovo, accavallarsi e separarsi, mi sembra che seguano il corso dei miei pensieri. Apro la borsa ed inizio a rimestare nel suo interno in cerca delle chiavi. Attonita e confusa mi siedo sulle scale e torno a scrutare la porta serrata… “Ma cosa stai facendo?” mi apostrofo perplessa dalla strana piega che stanno prendendo gli eventi. Fisso le mie mani: «È vero» mi rispondo ad alta voce «cosa sto facendo? Sono quasi tre anni che non abito più qui, come mi salta in mente di cercare le chiavi nella borsa!»
Mi alzo decisa ad andarmene, ma sussulto guardandomi intorno. Attendo qualche istante per abituare lo sguardo alla penombra, incredula mi strofino gli occhi e un senso di smarrimento mi assale quando voltandomi, nel portacenere dell’ingresso ritrovo le mie chiavi, “ecco perché non c’erano in borsa!” esclamo trionfante. Con timidezza allungo una mano, poi la ritiro di scatto portandola alle labbra per soffocare l’esclamazione di meraviglia che spontaneamente è sgorgata da esse. Tutto è al proprio posto, gli sparuti mobili che costituivano l’arredamento sono ancora lì e mi osservano meravigliati. Avevo dimenticato ogni cosa, ogni dettaglio, anche questa casa, fino a stamattina, fino ad ora. Guardo sul piccolo lavello della cucina e vedo ancora i bicchieri con l’impronta del rossetto delle mie labbra e la bottiglia di spumante aperta per festeggiare la tua specializzazione.
Infilo timidamente la testa nella camera da letto e vedo appoggiata all’angolo vicino alla finestra, la valigia rossa, quella che avevamo sempre pronta e che ci ha seguiti in tutti i nostri viaggi improvvisati, nei fine settimana in cui fuggivamo per stare da soli e vivere il nostro amore. Tra le pieghe del letto perennemente disfatto ritrovo dolci carezze e tra i cuscini fuori posto le nostre allegre risate e i nostri sensuali bisbigli. Sorrido.
È stato un rapporto intenso e bruciato in fretta, arso veloce come un legno stagionato, una fiammata calda, brillante, avvolgente che ha lasciato solo dolci ricordi e niente di più.
Un ultimo sguardo e mi rendo conto della polvere che ammanta ogni cosa. Non aprirò le finestre per lasciar entrare la luce del sole, meglio che tutto resti in penombra, che nulla alteri questa serena immobilità. Un calpestio di passi ed il rumore dell’ascensore mi riportano bruscamente alla realtà: «Devo andare» mi incito, «in fondo non c’è nulla qui che mi interessi portare con me. Si, meglio andare» mi ripeto «prima di smarrirmi in questo gioco, di perdere il senso della misura e cercare qualcosa che da tempo non c’è più».
Mi alzo e con le mani liscio la gonna per togliere da essa grinze immaginarie e scrollare via la limatura del tempo. Appena fuori dal palazzo, con un sospiro di sollievo accolgo l’aria tiepida che mi carezza il viso e a passo deciso attraverso il piccolo giardino. Il portiere è uscito dalla guardiola e sta fumando appoggiato alla ringhiera, lo saluto con un sorriso radioso e un cenno del capo. Questa volta mi osserva con intensità, si gratta la testa indeciso e poi annuendo soddisfatto esclama: «Buongiorno signorina ma…».
“Si, non ha sbagliato, sono proprio io” gli confermo tacitamente senza fermarmi e alzando la mano, già fuori dal cancello gli grido «Addio» mentre il sole della tarda mattinata cattura il mio sguardo e il calore intenso dei suoi raggi avvolge le mie spalle.