Dormia, alato e stanco su quella coltre
d’ombroso disio, con viso adorno, Eros.
Adagiato sui propri sogni, di Zefiro
un soffio attendea, a condurre
di fecondo ardimento, agreste pretesa.
Di Morfeo cinereo intervento sovviene,
per offuscar della verità, delitti e colpe
di amorosi insuccessi.
Concentrici echi di dissonante sussurro,
tacciono come brusii, ferendo di luminoso
silenzio, le opache orecchie dei dormienti.
Sorde, s’odono come smunte, codeste nenie,
in quel notturno oblio che si specchia
nel fulgore delle sue piume di angelo alato.
Oh… invano tentativo il tuo, Psiche,
di redimere quell’ambiguo gesto
il cui vincolo fu ratto;
né per diletto né per scelta
tormento di nascosti amori fu redatto.
Condanna funesta v’è nel guardar degli dei
il più bello… degli dei, il più perfido.