Il libercolo del processo stocastico

di Nazareno Barra

LA LEZIONE di analisi matematica era finita. Rimise il quaderno con gli appunti e la penna nella sua ventiquattrore nera, regalo del fratello; si sistemò il leggero maglione in filo, azzurro, diede un’occhiata intorno alla stretta aula rettangolare: seguiva i corsi da meno di un mese, non conosceva ancora nessuno. Continuava a stupirsi, provando un vago senso di vertigine, nel constatare quanto il mondo universitario fosse differente dal liceo frequentato fino a poco tempo prima. Lì, dopo poche settimane, si iniziava a conoscere i compagni di classe, vi era un’atmosfera più intima. I corsi universitari erano in qualche modo impersonali, per non parlare della lezione appena seguita.
…data la successione 1, 4, 9,..., il cui n-esimo termine an è dato da n2, con n = 1, 2, 3,..., si dice che essa tende a infinito per n tendente a infinito, poiché, per qualunque numero N, arbitrariamente grande, è possibile determinare un valore di n a partire dal quale an risulti maggiore di N…
Che diavolo significasse, era un mistero della fede! Decise di lasciare derivazione ed integrazione di funzioni fuori dalla sua vita, almeno fino al pomeriggio. Doveva, purtroppo, riprendere lo studio di quei geroglifici senza senso – la scrittura cuneiforme era più comprensibile! – se voleva passare in qualche modo l’esame.
Percorse il desolante corridoio della facoltà: a sinistra un muro scalcinato, a destra delle vetrate che offrivano la visione di un mattino uggioso. Tutto intorno a lui, miriadi di studenti, simili alle disordinate gocce di pioggia scivolanti sui vetri sporchi delle finestre, chiacchieravano o ridevano, ripetevano col caffé in una mano, si disperavano in vista di una prova intercorso, andavano via.
Decise di fare una capatina al bagno prima di lasciare la struttura in cui si frequentava il biennio di tutti i corsi di laurea in Ingegneria.
Scendendo al piano sotterraneo, si sentì schiacciato dalla solitudine, estraneo al luogo in cui ora muoveva i suoi passi, come se un lago ghiacciato, circondato di abeti carichi di neve fresca, fosse una delle oasi solatie del Sahara.
Vide il decrepito ufficio delle fotocopie, dove si potevano ritirare gli appunti delle lezioni, la bacheca degli annunci – la maggior parte di comitati studenteschi filo-comunisti – e una traccia di segatura sporca che conduceva all’ingresso dei servizi, il posto in assoluto meno igienico di tutta la facoltà. Varcò la soglia del primo bagno libero che trovò, non potendo fermare un profondo verso di disgusto nel sentire la segatura scricchiolare silenziosa sotto la suola delle sue scarpe.
Sapeva che lì non era possibile chiudere la porta, quindi, per non essere disturbato si appoggiò con la schiena ad essa, producendosi in un numero di tiro al bersaglio. Quando ebbe finito, uscì, avviandosi verso il lavandino costellato di inni – “Palestina libera” oppure “Al fianco dei popoli in lotta contro l’imperialismo capitalista” – ed altre amenità simili.
Si lavò le mani. Mentre si specchiava, rimirando la sua faccia coperta da scritte deliranti, notò un triangolino di carta fuoriuscire da dietro lo specchio. Si asciugò le mani e prendendo un fazzolettino di carta, tirò a sé il misterioso oggetto: un piccolo libro, massimo dieci centimetri per dieci, dall’apparenza molto antico. Conteneva pochissime pagine: aveva tutta l’aria di potersi sfaldare da un momento all’altro.
Forse qualche studente lo aveva sottratto alla libreria della facoltà, nascondendolo lì per poi riprenderselo in un secondo momento. Guardò la quarta di copertina: non vi era l’apposito timbro, né qualsiasi altra indicazione grafica. Nulla, solo carta ingiallita dal tempo inesorabile.
Lesse l’iscrizione in copertina, in uno strano inchiostro vermiglio:

Oneiros

Libercolo del processo stocastico

Et dederunt sortes eis et cecidit sors super Matthiam

Anche venendo dal liceo classico, non fu in grado all’istante di decifrare quell’iscrizione, né tanto meno sapeva cosa fosse il processo stocastico. L’unica sua meraviglia era dovuta a quel nome, Matthiam. Era anche il suo nome, Mattia. La sorte aveva voluto che lui trovasse quel libro? Sorridendo tra sé, capì di aver carpito almeno il senso dell’epigrafe latina.
Sentì dei passi dietro di lui: si girò di scatto, portando le mani dietro la schiena, sicuro che colui che avesse nascosto il libercolo dietro allo specchio, fosse tornato per riprenderselo. Tirò un sospiro di sollievo: forse era qualcuno passato fuori dai servizi, con andatura ponderosa.
Senza ragione, fu preso da una strana foga, infilò il piccolo libro nella tasca posteriore sinistra del jeans e si avviò a testa bassa. Non dovevano rubarglielo, l’aveva trovato lui: era l’unica cosa che al momento quell’università aliena gli aveva offerto!
Risalì le scale costellate di acqua fangosa, segatura, calcinacci e cartacce. Di fronte a sé vi era la porta con la sua luce grigia ad attenderlo. Si avviò dritto in quella direzione; quando notò un suo vecchio amico di liceo, incassò la testa nelle spalle e fece finta di nulla. Si trovò all’aperto. Uscì dalla facoltà, posta di fronte allo stadio dove una volta un piccolo uomo votato al disordine, all’estremo, alla sregolatezza, aveva mostrato al mondo gesta divine ed inimitabili.
Visse un attimo di profondo sconcerto: sulle prime non notò la sua Fiat 500 verde smeraldo. Vagò smarrito con lo sguardo, perlustrando il parcheggio: gli sembrò di notare uno dei cerchi in lega graffiati dell’auto tra due macchine molto più grandi della sua. Si avviò e tirò un sospiro di sollievo. Prese le chiavi. Aprì lo sportello. Cavò il piccolo manuale trovato dalla tasca e rimase lì a contemplarlo. Diede una rapida occhiata intorno, infilandosi in fretta nell’auto, riponendo il libercolo nel portaoggetti della portiera del guidatore. Mise in moto. Fece manovra per uscire. Si accese una sigaretta con mano tremante e sicuro che in qualche modo il libro fosse scivolato via, controllò. Dapprima le sue dita incontrarono solo i cd ed un paio di chiavi, poi la consistenza della fragile carta contro la pelle, lo fece rasserenare. Tirò una profonda boccata di fumo, fino a farsi venir un accenno di vertigine ed imboccò la Tangenziale, in direzione Autostrade.
Immessosi su essa, ingranò in un breve tratto di strada tutte le marce dalla terza alla quinta, sbirciando il piccolissimo manuale, tra le volute di fumo. Sentiva una sorta di musica nelle sue orecchie, una melodia suonata con strumenti ignoti, una melodia foriera di spettrali profumi, tracce di un qualcosa ormai lontanissimo nello spazio e nel tempo.
All’altezza dell’uscita del quartiere Vomero, non ne poté più: il richiamo del “Libercolo” dal lui scoperto era troppo forte. Si accodò al traffico; lo prese, aprendolo con delicatezza, quasi stesse accarezzando la pelle vellutata della sua fidanzata.
Lesse la prima pagina, lanciando, di tanto in tanto, occhiate distratte alla strada:

PREFAZIONE

Il Processo Stocastico è il processo durante il quale un sistema cambia casualmente tra il suo stato iniziale e quello finale, ad intervalli di tempo regolari o irregolari.
Nel presente volume, illustreremo un tipico esempio connesso a tale disciplina. Siamo ben coscienti che un solo esempio possa, all’apparenza, sembrare poco esaustivo, ma vi rassicuriamo, senza presunzione, che il nostro metodo di studio risulterà chiaro ed utile anche a coloro i quali sono completamente a digiuno di tale materia.
Finanche nel campo dei calcoli, erroneamente ritenuto arido, potrete plasmare il vostro ideale, quando la vita non vi addita altra via.
Non vi resta che voltare pagina per perdervi tra le innumerevoli probabilità schiusevi dal presente lavoro.
Oneiros

Un colpo di clacson lo fece sobbalzare. Il libro gli scivolò dalle mani, andando a nascondersi sotto al sedile del passeggero. Il cuore correva a briglia sciolta, senza sosta, la fronte era imperlata di goccioline di sudore, nonostante il freddo autunnale, la strada davanti a lui era sgombra. Le auto lo superavano, la quasi totalità degli altri guidatori, lo insultava con vocaboli pescati in qualche grazioso manuale scritto dal più fine dei dicitori.
Cosa diavolo mi prende?
Pigiò con nervosismo sul pedale dell’acceleratore: la vecchia Fiat 500 balzò in avanti e si spense, in concomitanza con un’altra pioggia di clacson rabbiosi. La riaccese, imprecando, pescò una sigaretta, indi, partì.
Si era come addormentato, leggendo il manuale di Oneiros – chi era costui, poi? – completamente dimentico di essere piantato nel bel mezzo della Tangenziale di Napoli, una strada non proprio indicata per schiacciarvi un pisolino. Mattia parcheggiò l’auto nella piccola piazzola di sosta prima della brevissima galleria precedente l’uscita Camaldoli. Spense il motore; abbandonò la testa contro il sedile, chiudendo gli occhi, inspirando profondamente l’aria affumicata e stantia dell’abitacolo.
Cosa diavolo mi prende? si domandò per la seconda volta. La “Prefazione” del “Libercolo” gli era risultata alquanto oscura. La definizione che Oneiros dava della materia, era ancora più incomprensibile del nome della materia stessa. Un solo esempio? Gliene sarebbero serviti almeno mille per capire.
Ripescò il libercolo, poggiandolo, quindi, sul sedile del passeggero: notò, per la prima volta, che il manuale aveva solo due pagine scritte su un’unica facciata.
Veramente esaustivo! Chissà, magari questo Oneiros era un filosofo o un matematico greco oppure un seguace di Pitagora! Forse, il Processo Stocastico è una disciplina defunta!
Per Mattia, quei pensieri erano dannatamente plausibili: chi si sognerebbe di spiegare un concetto o una teoria in una sola, misera pagina?
Quando si immise nel flusso della corrente veicolare, la scoperta fatta poco più di mezz’ora prima, non lo entusiasmava più così tanto.
Uscì dalla galleria prima della Zona Ospedaliera e, a dispetto dello stereo a volume sostenuto, sentì di nuovo quella melodia ancestrale accompagnata dall’odore dell’impossibile.
Decise di dare un’occhiata alla seconda pagina, così, per curiosità. Rallentò e riprese il libricino. Lo adagiò sul volante, vagamente conscio di compiere un’azione potenzialmente suicida.