“Ti ricordi Jasmine? “, disse l’uomo mentre prendeva tra le mani una loro fotografia sbiadita.
Era stata scattata molti anni prima, in un giorno d’estate che non avrebbero mai dimenticato.
La donna lo guardò negli occhi e fece sì col cenno del capo; poi sorridendogli, lo abbracciò.
Era bella Jasmine, con qualche filo bianco tra i capelli arruffati, con l’eterno sguardo di bambina benché le rughe del volto tradissero i suoi veri anni. Eppure a guardarla bene potevi scorgere ancora le antiche tracce di una beltà che appartiene alla giovinezza. Era se come gli anni si divertissero a rincorrerla inutilmente giocando col tempo che anche per lei passava inesorabile.
Andrea la trovava ancora bella ed affascinante e non era passato un solo giorno, da quell’estate, in cui non le avesse rinnovato il suo amore profondo.
Negli anni che avevano trascorso insieme, la donna aveva iniziato ad immaginare la sua voce o almeno a come potesse essere il suono di essa; per quanto si fosse sforzata in tutti quegli anni, non le era mai accaduto nulla. Solo silenzio ed attesa, un vuoto incolmabile che riempiva la sua mente da sempre.
Quella sera, mentre ancora percepiva il calore delle mani del marito sul suo volto, si sedette sulla poltrona del salotto ed iniziò ad osservare la danza delle fiamme del camino. Esse disegnavano sulla parete di fronte degli strani ghirigori che a Jasmine sembravano rami di un albero.
E così e chiudendo gli occhi, andò a quell’estate lontana di tanti anni prima…
Molti anni prima….
Aveva sempre vissuto con una sorta di indifferenza quella sua diversità, come se quella dolorosa percezione di non poter parlare, né sentire suoni, non la riguardasse.
Nemmeno da bambina si era resa conto realmente che esisteva un mondo fatto di voci, parole, musica e non solo di gesti.
Giunta alla soglia dell’adolescenza, camminando per strada, Jasmine aveva preso coscienza di essere diversa dagli altri ed aveva iniziato ad erigere un muro di silenzio, più alto di quello che aveva dentro di sé, nei confronti di tutti.
Odiava la gente, tutte quelle ragazze che sorridendo, cantavano le canzoni che andavano in voga in quegli anni e che alle feste del paese, venivano invitate dai giovanotti a danzare al ritmo dell'ultima melodia.
Non poteva nemmeno sentire il ticchettio della pioggia o semplicemente il suono del vento d'estate che l'ammaliava al punto di tenere aperte le finestre.
Sognava di sentirne le urla possenti e di poterne rubare un po' della forza; e poi fantasticava immaginando di fare scivolare tutta quella potenza dentro di sé e di trasformarla in una voce: la sua.
Ed invece la magia non accadeva mai ed il suo sogno si infrangeva.
Una sera d'estate, mentre era nella sua stanza, iniziò a scrivere una specie di poesia sulle pagine del diario, che l'accompagnava da qualche anno e che racchiudeva i suoi sogni e i suoi segreti:
"Quando la notte si tinge d'azzurro
urla silenziose
diventano echi
frantumi sparsi
come cocci di vetro
che tagliano il cuore
Le ombre del giorno
macchiate di veleno
offuscano sogni
destinati a svanire"
Giunta all’ultima parole, chiuse il diario, si infilò a letto e si addormentò.
Il giorno successivo disse alla mamma che non voleva più andare a scuola, che era tutto inutile e che lei odiava quel mondo che le negava i sogni e le parole e che era meglio se tutti l’avessero dimenticata, perché continuare a vivere come faceva lei da sempre, non aveva alcun senso.
Uscì di casa sbattendo la porta e corse via sconvolta.
Non si rese conto di essere arrivata al Giardino fiorito - così lo chiamavano da quelle parti -, e solo fermandosi si accorse che era pieno di fiori di rara bellezza: ortensie, rose, gigli, iris, che amava profondamente. Ne annusava i profumi, ne osservava i colori, imprimendo nella mente quelle immagini di vita che stridevano col dolore che provava in quel momento.
“Colori cangianti
dell’effimera estate
ne cogli l’incantata bellezza
annusandone
i fugaci doni,
frammenti di vita”
Jasmine si sedette su una panchina e cercò di portare ordine nei suoi pensieri. Il colore di quei meravigliosi fiori erano una perfetta antitesi del buio che si era insediato nel suo cuore.
Da qualche tempo aveva preso l’abitudine di venire nel Giardino fiorito ogni giorno. A volte restava là per ore a guardare i fiori, mentre alcune portava con sé un libro ed ingannava il tempo con la lettura.
Aveva scoperto le poesie di Neruda e leggeva ossessivamente ogni lirica, più e più volte.
“Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d'aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita”
Eh già, le porte della vita, disse tra sé e sé Jasmine.
In quei versi vi scorgeva numerosi significati che le sembravano perfetti per lei.
Qualcuno dall’altra parte del giardino, la fissava. Era un giovane più o meno della sua stessa età, forse aveva un paio di anni in più. Era probabilmente uno studente dato che aveva con sé una pila di libri sparsi sulla panchina e un’aria da studioso che ben si addiceva alla montatura dei suoi occhiali, che gli davano un’aria molto seria e professionale. Eppure sembrava bello sotto quell’apparente severità dei tratti del viso e anche simpatico.
Lui la guardò, le sorrise e le fece un segno con la mano, a mo’ di saluto.
Lei di rimando, abbassò gli occhi, si alzò e andò via arrossendo vistosamente.
Il giorno dopo lo rincontrò; egli era di nuovo su una panchinaì, alle prese con i suoi libri; ma la cosa strana era che gesticolava, agitando freneticamente le mani, come se d’innanzi a lui, vi fosse stato qualcuno che lo ascoltava. Quel gesticolare corrispondeva a parole che lei conosceva benissimo; , esse erano i segni che Jasmine conosceva da sempre, la sua unica lingua…allora forse, anche lui era come lei!
No, non poteva essere! Jasmine rifiutò quell’orribile pensiero, un’altra esistenza prigioniera del silenzio.
Eppure percepiva che qualcosa in lui era diverso, che lui era proprio diverso da lei e che…
Mentre i pensieri correvano precipitosamente nella sua mente, il ragazzo le sedette accanto e le fece un sorriso.
Jasmine rimase immobile, col cuore in tumulto – che imbarazzo! - , forse lui poteva udirne ogni singolo battito? – e trattenendo il respiro, ricambiò di rimando il sorriso.
Uno dei numerosi libri del ragazzo cadde a terra e lei lo raccolse. Dalla copertina capì che lui stava imparando il linguaggio dei segni e che quello era un corso per apprendisti, aspiranti allievi. Allora forse..
Lui allora le disse “Grazie, e Jasmine, trattenendo a stento le lacrime per la gioia, lo ricambiò con uno dei suoi sorrisi più belli.
“Grazie per ieri”, disse lui.
Si erano nuovamente incontrati, di sabato pomeriggio, e questa volta l’ abbigliamento del giovane era informale e non portava con sé alcun libro di studio, ma solo un romanzo d’avventura, con una bella copertina azzurra. Come il cielo di quel pomeriggi di quell’estate.
Jasmine col linguaggio dei segni, si scusò del suo comportamento del giorno precedente; lui rispose perfettamente con dei gesti delle mani che volevano significare “Non preoccuparti, non devi scusarti di nulla”.
Era lì ed era felice di rivederla, e forse chissà – pensò la ragazza – lui era lì proprio per lei.
Ma non poteva credere che una volta tanto la fortuna fosse dalla sua parte.
Eppure lui, non senza difficoltà, le disse che stava studiando in una scuola specialistica per conseguire la specializzazione per poter insegnare ai bambini della scuola elementare, il linguaggio dei segni e che quello era il suo sogno fin da bambino. E che era dura, perché bisognava studiare tanto e di continuo, ma che lui non si sarebbe mai scoraggiato e avrebbe conseguito il titolo in ogni caso, a costo di studiare anche di i notte.
Jasmine non poteva credere a quelle parole, lei che si vergognava della sua condizione e che avrebbe dato chissà cosa per essere al suo posto. Ed invece il giovane al contrario, era disposto a chissà quali sacrifici pur di apprendere il linguaggio del silenzio.
Avrebbe voluto gridargli in faccia che era ancora in tempo ad allontanarsi da quel muro di dolore, che aveva invaso la sua vita senza parole e che poteva ripensarci.
Ma Jasmine non disse nulla e si limitò ad ascoltarlo, finché lui non pronunciò la parola più bella che avesse mai sentito fino ad allora.
“Amicizia”.
“Andrea”.
Forse era un sogno e forse Andrea nemmeno esisteva e faceva parte di quell’immenso castello di carte che d’un tratto il vento furioso, che tanto amava, avrebbe portato via.
Ed invece no, lui era lì di fronte a lei e le tendeva le mani e le mostrava il cuore, senza nulla chiederle in cambio, se non amicizia.
Jasmine si sentì davvero felice per la prima volta e percepì che qualcosa di meraviglioso stava accadendo nella sua vita.
“Come il sole
illumina i giorni
un amico
dissipa le ombre
poggiate come nero manto
sull’argine
del silenzioso tempo”.
Erano gli ultimi giorni d’estate dai mille colori, ed essi andavano lasciando il posto ad un’altra stagione, piena di speranze e di segreti sogni.
Andrea doveva tornare a studiare nella scuola di specializzazione per imparare il linguaggio dei segni e Jasmine doveva frequentare l’ultimo anno di scuola superiore.
Quello era l’ultimo giorno che avrebbero trascorso insieme nel Giardino fiorito; lui le prese le mani e le disegnò un fiore. Poi lo cancellò ed iniziò a disegnare per aria, un paesaggio, degli alberi, dei fiori, delle farfalle e poi loro due che sorridevano.
“Non so disegnare per nulla”, le disse Andrea ridendo.
Eppure a lei quello sembrò il disegno più bello che avesse mai visto. E in quell’istante perfetto, tutto pareva prendere vita. Allora Jasmine immaginò di essere una di quelle farfalle disegnate dalla fantasia di Andrea e di volare libera in un tempo fatto di suoni, urla di bambini, voci di tantissime persone, rumori di ogni genere e le sembrò per un attimo di percepire quello che era solo frutto della sua immaginazione e si sentì immensamente felice.
Andrea le prese le mani e le riempì di tanti minuscoli baci e poi cogliendo un iris glielo pose dietro alle orecchie, ad adornarle i lunghi capelli. Poi avvicinandosi al suo volto le sfiorò le labbra con un bacio lieve come un volo di farfalle.
Jasmine rimase con gli occhi chiusi assaporando quel momento che avrebbe impresso per sempre nella sua memoria, come il più bello della sua vita.
“Poi in un giorno d’estate, tornai, ricordi Jasmine?”, le domandò Andrea.
La donna lo guardò risvegliandosi dal fiume dei ricordi in cui si era tuffata e nel linguaggio dei segni, gli disse:
“Sono passati tanti anni da allora e sai Andrea? Non avrei mai avuto il coraggio di uscire dal mio mondo di silenzio e di assaporarla questa vita se non ti avessi incontrato! Correvo, correvo e desideravo abbracciare mille mondi eppure tutto mi sfuggiva dalle mani e mi sembrava che la mia vita fosse giunta ad un bivio e non riuscivo a fare nessuna scelta. Non sapevo più se continuare a vivere o rinchiudermi per sempre nel mio silenzioso mondo.
Poi arrivasti tu e tutto mi apparve diverso e quei colori che ammiravo nei fiori del nostro giardino, iniziarono a prendere vita e a dipingere i miei giorni. Era come se uscissi da un eterno inverno privo di luce. Era come se finalmente avessi diritto anche io ad una vita migliore.
Ancora in tutti questi anni non ho mai compreso fino in fondo quali fossero i miei confini e fin dove potevo osare. Ho avuto spesso paura di non potere essere felice e solo sapendoti vicino ho percorso il sentiero…Avrei potuto trovare in fondo il nulla o la luce.Potevo scegliere di fermarmi o continuare a lottare…”
“ E quale fu la tua scelta Jasmine?”, le domandò Andrea guardandola negli occhi.
Era una domanda che spesso le faceva, perché ne conosceva la risposta ed ogni singola parola. Eppure Andrea amava quelle silenziose parole, che avevano una forza immensa, la stessa di Jasmine.
“Io scelsi te, Andrea, poiché io scelsi di vivere…”.
*NOTA: Al di fuori della poesia di Neruda, le altre poesie sono di "Eufemia Griffo"