Stanza dello scirocco

di Fabrizio Corselli

Ognun lo chiama
“Stanza dello Scirocco”
laddove spira

di quel vento di sud est
un alito rovente

appena lieve,
quando d’un cuore stanco
le proprie tinte

appaga e fortifica
sospirando tra conche

di tufo giallo
e quei corsi fluviali
il cui molle canto

svelto altresì gelido
calma focose menti.

Ristoro dona
a quelle nude membra
poco coperte

da umide lenzuola
e un regio turbante.

Cosicché, di lei
la pelle profumata
egli concilia

con collana di perle
e organze d’Oriente.

Sferza il vento
dell’incontro notturno
ogni rea fatica,

legando ad una goccia
di sudore, e per sempre,

il proprio diniego;
del giogo del sultano
solo rimane

oltre la propria rabbia,
l’urlo dello Scirocco.

Zingara, è lei
più di ogni altra donna
nell’esibire

come profferto dono
ad un semplice bimbo

il proprio ventre.
Ha inizio la danza
e ora si muove

in compagnia dell’acqua
e d’ogni placida stilla

come spiriti
evocati appena
da quel rituale

movimento di fianchi,
più morbido nel toccar

della sua pelle
i fugaci impulsi
con laide dita

conchiuse in un dolce
respiro d’aria calda.

Profumo d’aloe
profonde nella stanza
col polso teso

mentre l’arto dimena
al di sopra del volto

di Alì ibn Bakkàr
principe di Persia
e, sì, amante

devoto allo svago
d’un amor corrisposto.

La mano procace
con lascivia, giù scorge
il suo addome

nel sicuro appiglio
d’un ingenuo sorriso;

Del Raqs Baladi
l’arte incantatoria
ella discioglie

come nivea fibula
di un manto di stelle;

e maculato
a stretti arabeschi,
quel fondo schiena

orsù curvo s’atteggia
quale cupa maschera

che d’ogni secreto
misteriosa nasconde
le poche minuzie

in eterno sospese
come tetro abisso

su un baratro
che il cuore, sì cieco,
dunque ascolta

nell’eufoniche note
d’un muto riverbero.

Una scimitarra
estrae dal fodero
carezzandone

con cura la superficie
mentr’ella ne adesca

la pungente lama;
ne seduce le forme
col proprio corpo

con la chiara lusinga
di un corteggiatore

che si appresta
a coglier dall’albero
il frutto proibito,

eclisso fra giardini
di gigli e di rose;

ma su di essa
vien riflesso il volto
di lei, fin quando

tocca terra il piede
con volteggio etereo.

Il sordo clangore
di quell’arma deposta
sul pavimento

parimenti screziato
di rosso come fiore
di Primavera

sedotto dai pollini
d’una vivace stagione,

innalzatisi
in cinereo saluto
a tale beltà,

la fine così decreta
di quello spettacolo:

S’ode un sospiro,
tutto si fa silenzio
in quella stanza,

non aliti di vento
che spirano tiepidi,

ma il rantolo
della bella Shams an-Nahàr
nel sigillare

d’una tempesta d’amore
ogni singolo granello,

or sollevato,
al calmo giro di volta
da quella magia

che ben s’accorda a una
empia incantatrice;

così termina
di una tragica storia
l’irriverente pausa

fra roride perle
ed estinte arsure.