Ognun lo chiama
“Stanza dello Scirocco”
laddove spira
di quel vento di sud est
un alito rovente
appena lieve,
quando d’un cuore stanco
le proprie tinte
appaga e fortifica
sospirando tra conche
di tufo giallo
e quei corsi fluviali
il cui molle canto
svelto altresì gelido
calma focose menti.
Ristoro dona
a quelle nude membra
poco coperte
da umide lenzuola
e un regio turbante.
Cosicché, di lei
la pelle profumata
egli concilia
con collana di perle
e organze d’Oriente.
Sferza il vento
dell’incontro notturno
ogni rea fatica,
legando ad una goccia
di sudore, e per sempre,
il proprio diniego;
del giogo del sultano
solo rimane
oltre la propria rabbia,
l’urlo dello Scirocco.
Zingara, è lei
più di ogni altra donna
nell’esibire
come profferto dono
ad un semplice bimbo
il proprio ventre.
Ha inizio la danza
e ora si muove
in compagnia dell’acqua
e d’ogni placida stilla
come spiriti
evocati appena
da quel rituale
movimento di fianchi,
più morbido nel toccar
della sua pelle
i fugaci impulsi
con laide dita
conchiuse in un dolce
respiro d’aria calda.
Profumo d’aloe
profonde nella stanza
col polso teso
mentre l’arto dimena
al di sopra del volto
di Alì ibn Bakkàr
principe di Persia
e, sì, amante
devoto allo svago
d’un amor corrisposto.
La mano procace
con lascivia, giù scorge
il suo addome
nel sicuro appiglio
d’un ingenuo sorriso;
Del Raqs Baladi
l’arte incantatoria
ella discioglie
come nivea fibula
di un manto di stelle;
e maculato
a stretti arabeschi,
quel fondo schiena
orsù curvo s’atteggia
quale cupa maschera
che d’ogni secreto
misteriosa nasconde
le poche minuzie
in eterno sospese
come tetro abisso
su un baratro
che il cuore, sì cieco,
dunque ascolta
nell’eufoniche note
d’un muto riverbero.
Una scimitarra
estrae dal fodero
carezzandone
con cura la superficie
mentr’ella ne adesca
la pungente lama;
ne seduce le forme
col proprio corpo
con la chiara lusinga
di un corteggiatore
che si appresta
a coglier dall’albero
il frutto proibito,
eclisso fra giardini
di gigli e di rose;
ma su di essa
vien riflesso il volto
di lei, fin quando
tocca terra il piede
con volteggio etereo.
Il sordo clangore
di quell’arma deposta
sul pavimento
parimenti screziato
di rosso come fiore
di Primavera
sedotto dai pollini
d’una vivace stagione,
innalzatisi
in cinereo saluto
a tale beltà,
la fine così decreta
di quello spettacolo:
S’ode un sospiro,
tutto si fa silenzio
in quella stanza,
non aliti di vento
che spirano tiepidi,
ma il rantolo
della bella Shams an-Nahàr
nel sigillare
d’una tempesta d’amore
ogni singolo granello,
or sollevato,
al calmo giro di volta
da quella magia
che ben s’accorda a una
empia incantatrice;
così termina
di una tragica storia
l’irriverente pausa
fra roride perle
ed estinte arsure.