Fuori, dalla finestra dell’ampio soggiorno, il giardino pare potato con geometrica maestria. Tutte le foglie della siepe sono allineate, verdi, lucide e perfette.
I rami della camelia hanno la stessa lunghezza. Le rose e le viole si alternano in macchie di colori caldi e vivaci e il vialetto d’ingresso s’insinua deciso, con le sue mattonelle in finto marmo bianco, a spezzare il piccolo manto erboso.
La tenda ondeggia, dorata, sospinta dalla piacevole brezza pomeridiana di un luglio fin troppo benevolo.
Siedo e penso. Penso a quanto mi senta inutile e fuori posto, una stupida che non ha mai ottenuto nulla e che si trova sempre un passo dietro agli altri. Mi sento vuota e priva di senso, una spettatrice inerme davanti allo scorrere monotono e ripetitivo della propria vita; in bilico, sospesa nella volontà di un desiderio semplice da realizzare ma che mai troverà compimento mentre mi vedo sprofondare nel limbo appiccicoso delle incertezze e dell’insicurezza.
A volte credo di non aver speranza, di allontanarmi sempre di più dal mio personale bisogno di riscatto, quell’attimo di breve trionfo in grado di confortarmi, di farmi urlare il mio essere persona e donna, di cui, ormai, ne ricordo solo l’umiliazione.
Il gonfiore all’occhio destro stava lentamente scemando, lasciandomi un enorme livido viola al posto del consueto e scialbo trucco. Posai la bistecca di manzo, scongelata apposta per l’occasione, in un piatto quadrato, bianco e con il bordo di vetro blu trasparente. Uno dei pochi regali di mia madre davvero utile e di buon gusto. Cucinai la lonza in padella con patate, rosmarino e vino bianco e la lasciai in caldo così Carl, al suo rientro, non avrebbe avuto nulla da ridire e, di conseguenza, nulla per cui alzare le mani. Ci era andato pesante la sera prima e io, forse, me l’ero anche meritato. Mi ero addormentata sul divano, dopo una notte insonne e una giornata trascorsa letteralmente in piedi, se non all’ora di pranzo, lasciando accesa la tv. Erano le undici e mezza.
Un’altra, al posto mio, si sarebbe ricordata che queste cose lo facevano infuriare e non le avrebbe prese. Idiota.
-Hei, che cazzo fai? Alzati! Alzati subito stupida troia! Non vedi che la televisione è accesa? Sei cieca forse? Alzati!- Carl mi sollevò di peso afferrandomi per un braccio.
-Oddio, io…scusami, non l’ho fatto apposta!-
-Smettila di miagolare, stupida!- Era al pari di una bestia a digiuno da settimane. Mi colpì una sola volta ma con forza.
Ricordo di essermi svegliata a terra, dolorante e con la testa in procinto di esplodere. Mi alzai piano, avevo le vertigini, e improvvisi conati di vomito mi costrinsero a correre in bagno, china sul water.
Ero sola in casa. Lui era uscito, con gli amici, al bar, o in qualche squallida bettola con la sua troia di turno.
Il giorno seguente, alla fabbrica di etichette dove lavoravo, dovevo coprire il turno di mattina per sopperire alla mancanza di personale. Quel lavoro mi logorava, mi annullava, costretta dentro un camice nero lungo fino al ginocchio. Bisognava lavorare e tacere, al freddo in inverno e al caldo in estate. Considerata poco o meno di una macchina che si accendeva ogni mattina e si spegneva nel tardo pomeriggio, con le mani rovinate dalla colla, con la sensazione di sentirmi un numero, un oggetto.
Decisi di licenziarmi una mattina di febbraio, quando vidi, esposta sulla bacheca in ingresso, un foglio in A3 in cui veniva riportata la gerarchia, in ordine d’importanza, dei lavoratori all’interno della fabbrica. Io, come tanti altri, ero in fondo alla scala, ben in vista per non dimenticare, ogni giorno, il posto che occupavamo. Schiavi, in catene, ai remi di una nave.
A Carl non dissi niente e presi a fare colloqui di nascosto, ben attenta a non capitare nei paraggi dei luoghi frequentati da mio marito.
Ora faccio la donna delle pulizie in una graziosa villetta in fondo al quartiere.
Voglio stare bene con me stessa, ritrovare la serenità che mi è sempre mancata e concedermi un’altra occasione, rompere questa bolla di falsa tranquillità in cui gli altri pensano che io viva. Non sempre un sorriso è sincero.
Se fossi un’altra non penserei al suicidio per dimostrare che loro hanno torto e io ragione; si sentirebbero in colpa per non aver saputo comprendere, intuire, e io avrei la mia rivincita. Già li sento.
“Povera Pam…morta nella vasca da bagno, imbottita di farmaci e con i polsi sanguinanti. Non ha retto, poverina…”
Li farei vergognare della loro superficialità, della loro indifferenza alla realtà brulicante, della loro incapacità di andare oltre l’apparenza quel tanto che basta a scorgere la desolazione dentro di me, corrosiva come l’acido, famelica come vermi fra le carni marcescenti.
Vorrei raccattare i miei pochi effetti, felice di non aver figli da proteggere, e scappare lontano. Magari se fossi un’altra persona, nata in un paese diverso, oltre oceano, in America, avrei potuto avere una sorte migliore di quella che mi è capitata. Forse la mia famiglia sarebbe stata benestante, mio marito un uomo per bene, con un buon lavoro e io mi sarei laureata in medicina o giornalismo. Avremmo avuto una bambina con i capelli neri e gli occhi verdi, come me, e l’avrei chiamata Rachele. Mi piace il suono di quel nome.
E’ strano come in certi momenti mi senta euforica nella mia follia. Guardo il mio riflesso nel piccolo specchio rotondo del bagno e socchiudo le labbra in una sorta di smorfia troncata a metà. Le piastrelle sono vecchie, ingiallite e scheggiate in alcuni punti. Il mio volto sorride ma è teso, forzato, cerca di essere qualcosa che non è e che mai sarà.
Sono le 18. Tra poco rientrerà. Ubriaco. Riderà di me, delle mie occhiaie, della mia tristezza e dei miei capelli arruffati. Sento dei passi. Eccolo, è lui.
Sistemo, incerta e mal ferma sulle gambe, un po’ del disordine che domina la casa e, intanto, immagino me stessa ben vestita e pettinata, strizzata in un abito blu per sorprendere il mio uomo che ogni sera rincasa dopo una giornata di lavoro. Gli aprirei la porta con un sorriso smagliante e lui mi porgerebbe una rosa rossa. Se fossi un’altra, certo. Per me ci sono solo le spine. Alzo gli occhi in direzione della porta d’ingresso. L’osservo inebetita e immobile stringendo fra le mani un vecchio peluche, un cagnolino spelacchiato che mi piace tenere sul divano, nell’angolo tra lo schienale e il bracciolo. Aspetto. Aspetto l’irruzione volgare e violenta dell’orco nel silenzio dei miei pensieri; bestemmia, mi afferra gettandomi sul tappeto, sul tavolo, non importa. Mi possiede affamato, appagato dal mio pianto, divertito dal mio implorare.
Ogni giorno rivivo lo stesso incubo, la stessa dannata impressione di essere ancora il suo giocattolo; la stessa agghiacciante convinzione che lui sia di nuovo qui, a uccidermi lentamente.
Accosto l’orecchio alla porta, piano, in punta di piedi per non farmi sentire. Scosto la tenda della finestra ma il viale del giardino è deserto. Sono due anni, a parte me, che nessuno lo percorre, da quel pomeriggio di fine novembre in cui io, con la scusa di dover uscire per fare la spesa, riuscii ad evitare le sue voglie e il suo alito acido.
Quando rientrai Carl sedeva in cucina, stroncato da infarto, mi dissero in seguito i paramedici accorsi, con gli occhi sbarrati e una bottiglia di whisky, appoggiata sul tavolo, ben salda nella mano destra.