I dolori del cuore

di Karina Andrea Olivera

Cammino solitaria in questa notte oscura come la pece. Non c’è luna né stelle. Le sagome dei palazzi si erigono cupe, mi delimitano la vista, anche se non si scorge nulla…niente. All’improvviso un rumore, mi volto, ma non vedo nessuno. Avverto dei passi, indolenti, che vengono appresso ai miei. Non ho paura! Questa notte non m’ impaurisce…io così vigliacca da non uscire mai dopo le sei di sera. Cammino ancora nell’ignoto del vuoto che mi circonda. Mi porto là dove hanno pace i morti, perché è con loro che desidero comunicare questa notte. I vivi non afferrano, non prestano attenzione, non intendono la morte, mentre io la morte la porto del cuore. Ancora quei passi dietro la mia schiena…sempre più vicini…sempre più vicini. Che incoscienza! Voltati! Fronteggia lo sconosciuto! Non essere irragionevole e dura! Hai una figlia! Pensa a lei!
Ma il dolore è tanto che avverto il dilaniarsi del mio cuore ad ogni passo. A questo punto sono quasi arrivata. Scorgo i cancelli del cimitero comunale rischiarato dall’unico lume acceso. Domando perdono perché non riesco a frenarmi…devo riconoscere la morte attorno a me…almeno per qualche minuto. Non riesco a pensare a me…a lei…piccola… che mi attende, assopita nel suo letto, al sicuro da lupi mannari e predatori di bambini.
Il freddo del portone di ferro mi raggela le mani. Non avverto altro che angoscia. Attorno a me il silenzio di una notte che si riposa. Ovunque solitudine di anime appese. Qui ci sono anche i miei cari, le persone che ho amato, gli amici di intensi momenti di letizia. I passi sono attigui ormai per sottrarsi. Ritrovo il coraggio per girarmi e far fronte al nemico. Il viso di mio marito mi esamina con gli occhi velati di pianto. Io ormai soggiogata da ogni tipo di apprensione, con il cuore fasciato dalla morte per il mio amato “randagio”.
- Stai bene?
- Come potrei?
- Natalie dorme…vieni andiamo a casa.
- Ora vengo…ho bisogno di stare qui per qualche minuto…scusami se ti ho fatto preoccupare.

Gli stessi passi che si erano avvicinati ora si allontanano… piano… lasciandomi sola con la mia colpa. Non gli sono stata vicina nell’ora della morte…in quel freddo lettino d’ambulatorio…mentre l’ago decretava la fine della nostra venerabile unione. Gli ho dovuto dire addio su un pavimento di legno…teatro quotidiano dei giochi di mia figlia. Ho sostenuto il suo muso tra le mani fino a esaurirmi nelle lacrime, implorandogli perdono.
- Non posso venire con te King…non posso…perdonami…perdonami.
Mio marito l’ ha sollevato e portato via con sé…venti minuti a mezzanotte. Dopo un tempo interminabile… la telefonata… le sue parole.
- L’ ho tenuto abbracciato per te…amore…e gli ho sussurrato nell’orecchio quanto lo amavi.

Caro Paolo, compagno di un lungo cammino…leggi nel mio cuore con la facilità di un indovino, cancelli dolenze con la gioia del tuo cuore. Ma questa notte non ti riesce, questa notte non ti lascio. Ho necessità di stare male…di vivere il dolore. Ho bisogno di sentire King lasciare il mio cuore perché io non ci riesco.  Avevo bisogno di morte nella morte…di dolore nel dolore. Solo qui trovo quel che cerco…assieme a chi riposa il sonno eterno. Tra qualche minuto tornerò a casa e troverò un giaciglio sgombro…vuoto come ora è il mio cuore…tenuto tra le mani della gelida morte!